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SOTTO LA PELLE - Gennaio

  • 3 mar
  • Tempo di lettura: 3 min


Le nuvole pesano tonnellate, milioni di tonnellate. Non lo si direbbe a guardarle. Scorrono sopra di noi con quell’aria leggera, quasi distratta, come se non avessero niente da fare se non passare.

 

E invece no. Dentro ci sono minuscole gocce e cristalli di ghiaccio così piccoli che l’aria riesce a tenerli sospesi, ma messi insieme diventano un peso enorme.

 

Da quando l’ho scoperto, guardo il cielo in un altro modo. Non come uno sfondo, ma come qualcosa che regge. Anche ciò che sembra leggero trattiene una forza, anche ciò che passa porta con sé un carico.

 

Forse è per questo che quando piove sento un senso di sollievo. Il cielo è libero. 

 

Il cielo del Messico è un cielo di nuvole. Qualunque giorno tu lo guardi, loro ci sono. Corrono veloci, cambiano forma, si disfano e tornano intere. E mentre lo fanno, rifanno il panorama da capo, ogni volta. Come se il mondo non avesse alcuna intenzione di restare uguale a se stesso.

 

L’aria qui non è leggera. È densa, sa di sale sciolto, di mare ridotto in particelle così piccole da poterle respirare. 

 

Il mio gennaio sa di acqua salata e di pioggia tropicale. Sto scrivendo da un’isola che è poco più di un banco di sabbia, la condivido con fenicotteri e pellicani. Qui di notte il mare si accende. Non per magia, ma per vita: il plancton illumina l’acqua e la fa brillare sotto i passi. Sembra un cielo caduto. Le stelle sopra restano ferme. Quelle nell’acqua si muovono.

 

È sempre nel caldo che mi sento più a casa. È come una mano appoggiata sulla schiena che ti dice di rallentare. I pensieri perdono i bordi, diventano morbidi, anche le domande cambiano forma: non chiedono risposte, chiedono spazio.

 

Ricordo altri inverni, cieli immobili, il rumore dell’autobus fuori dalla finestra che mi svegliava di notte, il freddo che irrigidiva anche i pensieri. Allora non sapevo che questa vita fosse possibile per me. Non sapevo di poter scegliere.

 

Ora ci sono granelli di sabbia ovunque: nel letto, nei vestiti, sulla pelle. Le mani e i piedi li raccolgono senza volerlo. Nel tardo pomeriggio arrivano le docce fredde, la pelle bruciata dal sole diventa scura. Qui anche i sogni cambiano colore. Forse è il blu lotus, forse è solo il caldo che scioglie le difese. Sogno segni che non so leggere, ideogrammi che non riesco a decifrare, personaggi che mi parlano in lingue sconosciute, capelli che diventano piume di pavone.

 

La vita mi sta molto vicina, così vicina che a volte basta allungare la mano. Quando arriva la tormenta mi chiudo a scrivere: non c’è wifi, non c’è altro da fare. La creatività, quando è forzata dal silenzio, diventa una forma di resa che amo. Non ci sono scadenze che vengano prima, nessuna urgenza più grande di scrivere.

 

Accetto questa vita che si srotola davanti a me, e ogni giorno somiglia un po’ di più a ciò che avevo sempre sperato e mai osato dire ad alta voce.

 

Ma ci sono giorni in cui mi sento inquieta e mi chiedo se sto idealizzando tutto. Se sto romanticizzando la mia vita. Perché devo vedere le nuvole come tonnellate? Perché mi fisso su questi pensieri? Perché non posso vedere nuvole e basta? E poi mi chiedo perché ho scelto una vita che è un rischio, come una casa di legno con una bella vista. E se non riuscisse a resistere al vento? Se un giorno tutto tremasse?

 

Sono giorni di pensieri a imbuto, un groviglio che gira su se stesso e mi tira verso il basso. Succede anche qui, anche nel paradiso. E allora mi giudico due volte: perché non sono abbastanza grata, perché non riesco a sfruttare ogni secondo del privilegio di questa vita.

 

Poi preparo un caffè annacquato, mi siedo all’ombra e aspetto. Non succede niente di speciale. Ma passa. Passa sempre.

 

Sto imparando che la paura non è il contrario della bellezza e che anche questi pensieri fanno parte del viaggio. Non chiedono di essere risolti, solo attraversati. Come nuvole: tonnellate di materia che il cielo, chissà come, continua a tenere.

 

E, quasi senza accorgermene, sto imparando a fidarmi di ciò che si muove lentamente. Delle trasformazioni che non fanno rumore, che non hanno un prima e un dopo precisi. Come il mare di notte: sembra fermo, e invece è pieno di vita che brilla solo se ti avvicini abbastanza.

 

A presto,

Rebecca


 
 
 

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Rebecca.Sadr

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