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SOTTO LA PELLE - Novembre

  • 3 mar
  • Tempo di lettura: 3 min


A Lanzarote, a La Geria, succede una cosa minuscola: la terra, se la sfiori, emette un suono. È un fruscio leggero, quasi un niente. Cammini sulla cenere vulcanica e ogni passo apre una feritoia nel silenzio: un soffio, un movimento d’aria, qualcosa che la terra ripete da secoli. I locali dicono che è un canto antico. Probabilmente hanno ragione, perché in quel suono c’è l’eco di lava e vento. Succede così: tu passi, la terra risponde. È un dialogo brevissimo. Una frase che non cambia la vita, ma sposta l’aria di un millimetro.

 

E allora pensi che novembre potrebbe cominciare esattamente da qui: da una strada nera che, per una volta, decide di parlarti. Forse la nostra strada fa sempre lo stesso: ci parla, ci sussurra indicazioni, eppure spesso non sappiamo ascoltare.

 

A dodici anni, a scuola, ci chiesero cosa avremmo voluto fare da grandi. Io risposi: la poetessa. Si fece un attimo di silenzio. Poi arrivarono le voci adulte, precise, pratiche. No, non puoi. Puoi fare l’insegnante. La giornalista. I poeti? I poeti sono pochi. E poi, esistono solo sui libri.

Io guardavo il pavimento. Dentro di me qualcosa si piegava. Non capivo cosa significasse “poeti sui libri”. Era come se esistessero, sì, ma in un’altra stanza, dietro una porta chiusa. E io non potevo aprirla.

 

Per tanto tempo credetti a quella voce: non sei un artista, scrivi male, i tuoi pensieri non valgono, non arriverai da nessuna parte. Sei prevedibile, non hai talento, cinque nel tema perché le tue argomentazioni sono deboli, usi troppi aggettivi e pensieri che non portano da nessuna parte.

 

Eppure lo sapevo già. Avrei provato comunque a camminare verso quella porta. Avrei ascoltato il canto delle parole, anche quando il mondo e la mia stessa voce dicevano “non puoi”. 

 

La tua strada ti chiama sempre.

 

Per un po’ mi arresi all’idea di fare la giornalista.

Università a Londra. La fortuna di incontrare persone che illuminavano la mia strada. Le loro vite diventavano i miei articoli. Ogni intervista era una storia, fragile e viva.

 

Poi un professore mi disse che non dovevo fare la giornalista. Che avevo sbagliato indirizzo. La mia strada era un’altra. La mia strada era quella della scrittrice.

Poi un’amica mi guardò e disse: “Posso leggerle? Le tue poesie?

 

Due poi, due voci bastarono per cancellare tutte le altre. Per dare forza alla mia. Fu un momento preciso. La porta si aprì senza rumore, dopo aver passato la vita a sbatterci la testa contro.

 

Per quanto possiamo incolpare gli altri, per quanto possiamo dire che troppi ostacoli ci hanno fermato, la verità è che la strada è solo nostra.

Siamo noi a camminarla. Siamo noi a decidere se continuare o arrenderci.

 

Se guardo le mie foto di quel periodo, quello in cui non credevo in me, quasi non mi riconosco. C’è qualcosa negli occhi, una resa silenziosa, come se stessi vivendo una vita che non mi apparteneva. È strano rivedersi così: fuori tutto sembra al suo posto, ma dentro c’è una piccola crepa che nessuno vede.

C’era anche l’incapacità di credere nei miracoli piccoli, quelli che cambiano il passo di una vita. Non riuscivo a immaginare che qualcosa potesse aprirsi davanti a me. 

 

A novembre ho guardato indietro e poi ho visto dove sono adesso. Non sono tutto quello che vorrei essere, no. Eppure, e qui sta la sorpresa, sono tutto quello che speravo di essere cinque anni fa. Ed è meraviglioso.

 

La vita è una scelta. È lì, accanto a tutte le altre possibilità, silenziosa e paziente, che aspetta solo un gesto, uno sguardo, un respiro. Basta volgere l’attenzione e improvvisamente si accende.

 

A novembre ho cucinato tantissimo, come forma di amore. Perché vale più questo. Vale più un gesto gentile che parlare di Divine Feminine o Manifesting. A volte le parole sembrano vuote, mentre sono i gesti quelli che ci riempiono davvero.

 

A che serve meditare, se poi in aeroporto tratti male la persona agli oggetti smarriti per una valigia persa?

A che serve essere spirituali, se non siamo più capaci di sorridere, di dire grazie?

A che serve parlare di gentilezza universale, se non saluti il vicino? 

A che serve insegnare pazienza e presenza, se poi interrompi chi sta parlando?

 

Essere umani è più semplice di quanto ci raccontino gli account spiritual sponsorizzati.

 

Novembre, grazie. Grazie per questo mese di vento e di pioggia. Grazie per il conforto del tuo suono sul tetto, per aver trasformato l’isola in un paradiso verde a portata di mano.

 

A presto,

Rebecca


 
 
 

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Rebecca.Sadr

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