SOTTO LA PELLE - Ottobre
- 3 mar
- Tempo di lettura: 2 min

Da bambina, ogni autunno, raccoglievo una castagna. Ne sceglievo sempre una sola: la più lucida, tonda, con la buccia color mogano. Passavo ore a cercare LA castagna. La tenevo stretta finché non diventava calda, poi la infilavo nella tasca del cappotto e la lasciavo lì per tutto l’inverno. Mia nonna diceva che mi avrebbe protetta dall'influenza. A volte mi manca quella fede semplice, quella sicurezza che bastasse una castagna per tenere lontano il male.
Ci sono credenze che non appartengono alla scienza, che non chiedono di essere dimostrate, ma solo custodite. Portano con sé il suono delle voci che ci hanno cresciuto e il ricordo dei pomeriggi di foglie secche.
Mi chiedo spesso quante di queste magie abbiamo lasciato cadere per strada, nel tentativo di diventare adulti razionali.
Più cresco e più mi accorgo che quello che cerco di fare non è imparare, ma disimparare. Svuotare la testa, togliere gli strati. Eliminare le voci che mi dicono come dovrei sentire, come dovrei essere. Vorrei guardare il mondo come una pagina bianca, come scriveva Simone de Beauvoir, avere il coraggio di disimparare ciò che ci è stato insegnato a essere. La vita è piena di abitudini ereditate senza domande.
A ottobre, ho preso parte a una cena ispirata alla metamorfosi, un invito a riflettere su da dove arriva il nostro talento, su come cambia, cresce e si trasforma insieme a noi. Durante la serata, mi è tornato in mente qualcosa di lontano: avevo dieci anni quando ho scritto la mia prima poesia, per il mio cane appena morto. Era ingenua, piena di errori, ma conteneva già tutto: la necessità di dare forma al sentire. Nella mia infanzia c’erano già i semi di ciò che avrei amato.
Forse i nostri talenti non sono qualcosa che si conquista crescendo, ma qualcosa che si riconosce tornando indietro. Disimparare, svuotare, lasciare riemergere ciò che era già lì. Forse ciò che ci permette di crescere non è solo la luce che riceviamo sopra, ma le radici che affondano sotto. Le radici che ci legano al passato, ai ricordi che ci hanno formato.
Nell’orto botanico di Amsterdam ho visto da vicino il giglio d’acqua gigante, il Victoria. Le sue foglie crescono rapidamente, ma è nelle radici, sotto l’acqua, che risiede la sua forza.
Ho passato le ultime settimane in città, dove una strana forza sembra spingere tutti a chiedere prima di cosa ti occupi, anziché quali sono i tuoi sogni.
Allora lancio una piccola sfida: la prossima volta che vi chiederanno il vostro lavoro, provate a rispondere con il vostro sogno, con il vostro talento, con il vostro desiderio più vero. Non siamo ciò che facciamo, non siamo ciò che mostriamo agli altri. Siamo ciò che portiamo dentro, tutte le castagne nascoste nel cappotto, tutte le radici che ci tengono in piedi.
A presto, Rebecca |



Commenti